Un sogno che, ad un passo dal realizzarsi, è sfumato. Nel mondo del calcio capita tantissime volte di vedere ragazzi accarezzare l’idea di diventare calciatori professionisti, magari di sfondare ad alti livelli, ma poi per i motivi più disparati dovervi rinunciare. Questo è quello che è successo anche al giovane Alfredo Pepe, che ha iniziato nel settore giovanile della Juventus per poi provare a perseguire la strada attraverso altri lidi. Ora la decisione definitiva, quella di salutare il suo amore più grande: il calcio.
Dalla Juventus agli scarpini appesi al chiodo
Attraverso una lunga lettera pubblicata sui social, Alfredo Pepe ha raccontato del suo percorso e di come abbia maturato la scelta di appendere gli scarpini al chiodo: «”Talento, ma senza testa”. Ho sentito così tante volte questa frase sul mio conto. Ogni persona che ho incontrato sul mio cammino, ha sempre avuto un giudizio nei miei confronti. Quante ne ho sentite sul mio conto… “con quella testa non andrai da nessuna parte”. “Impara a lavorare, che il calcio non fa per te”. “Hai fallito nella scuola, fallirai anche nello sport e nella vita”. Potrei continuare all’infinito. Oggi sono qui, perché tutte quelle voci hanno avuto un senso, nella mia carriera, e nella mia vita. Da quando sono nato, ho sempre avuto il pallone tra i piedi, senza mai fermarmi davanti a nulla. Ho sempre avuto un solo sogno, nella testa e nel cuore. Ho fatto sacrifici ogni giorno, sacrificando la mia vita e la mia serenità per un sogno. Ho sacrificato il mio fisico, la mia testa e la mia salute, per inseguirlo, ma non sempre i sacrifici vengono ripagati».
“Solo io so quanto ho subito”
La lettera prosegue: «Ho incontrato persone d’oro, che hanno sempre creduto in me e che tutt’ora cercano di aiutarmi… Ma allo stesso tempo, ho conosciuto persone, che non si sono rivelati tali di questa parola. Solo io so quanto ho subito, quanto sono stato forte a rialzarmi dopo ogni caduta, quanto sono stato male la notte per il pensiero di non farcela. Solo io so quanto sono stato cattivo con me stesso quando non ce la facevo più, quando non avevo più le forze, ma ci riprovavo sempre col sorriso. “E ma non si direbbe” mi dicevano».





