Professor Severini, il Torino fu una delle prime squadre in Italia a dotarsi di un impianto di proprietà, nel 1926. Nella sua veste di storico e di tifoso, perché ritiene il Filadelfia uno dei «120 motivi per tifare Toro», come da titolo del suo ultimo libro sulla storia granata?«Perché è la vera casa del Toro. A partire dalla festa «di luci e colori» che caratterizzò il giorno dell’inaugurazione, il 17 ottobre 1926, un giorno autunnale che sembrò, come scrissero i giornali, «un meriggio dolce di primavera». Presenti le massime autorità politiche, civili e religiose. La partita d’esordio fu giocata contro la Fortitudo Roma e il primo tempo finì 0-0, con gli spettatori sorpresi dalla gagliardia degli ospiti. Nel secondo tempo il Toro segnò 4 reti con doppiette di Rossetti e Libonatti. Un’autentica goleada; il cronista de La Stampa, Giuseppe Tonelli, che aveva una grande passione per le Mille Miglia, andò a intervistare il portiere romanista Vittori, chiedendogli che impressione avesse avuto di quell’incontro; il portiere così rispose: «Il Torino è la squadra più forte che abbiamo fino a oggi incontrata. Ha una prima linea semplicemente meravigliosa. E Janni è un mediano che non ha l’eguale. E questo crediamo è il miglior commento». Il Fila è la casa del Toro perché vi ha vinto sei dei suoi sette scudetti, rimanendo imbattuto per più di 6 anni in 100 gare consecutive lì giocate, al tempo del Grande Torino. Aggiungo che il Toro vinse non solo la prima partita ufficiale nel nuovo impianto, ma pure l’ultima ufficiale, disputata il 19 giugno 1963, conclusa per 2-1 sugli ungheresi del Vasas, nella semifinale di ritorno della Coppa Mitropa. Anche se passarono i magiari, vincitori per 5-1 nella gara di andata».
Il leggendario Filadelfia
Cosa significa ancor oggi la memoria di quello stadio leggendario, di cui restano due monconi di gradinate al fianco del nuovo Filadelfia, ricostruito nel 2017? Perché ritiene doveroso celebrare i 100 anni del Fila?«Il Filadelfia rappresenta lo stile del Toro: i contenuti cambiano nel tempo, così come i giocatori, i presidenti, i tecnici, gli addetti. Il modo di presentarsi resta. Seneca diceva: “Oratio vultus animi”, cioè il modo di parlare, lo stile, appunto, è lo specchio di tutto ciò che è umano. Soprattutto dopo un secolo, la magia di quello stadio è rimasta intatta, anche quando non c’era più. Il Filadelfia è sempre stato così amato dal popolo granata che nel censimento del 2010 del Fondo Ambiente Italiano, del Fai, ha ottenuto il primo posto tra i cosiddetti “Luoghi del Cuore”, pur se era stato demolito dal 1997».
Quanto si rivelò lungimirante e realmente appassionato il presidente Marone Cinzano, con la costruzione del Fila?«Il presidente apparteneva alla famiglia fondatrice della nota casa produttrice di liquori: era nato nel 1895, aveva combattuto nella Grande Guerra e, dopo aver acquisito il Torino nel 1924, aveva subito pensato a uno stadio di proprietà: sviluppò un apposito progetto in collaborazione con il Politecnico di Torino. I lavori furono affidati all’ingegnere Miro Gamba, docente del Politecnico, e lo stadio, inizialmente “Campo Torino”, vide la luce il 17 ottobre 1926, nei primi anni con due sole tribune. Poi prese il nome di Filadelfia, dalla strada che ospita l’impianto».
Non fu un caso il fatto che nel nuovo impianto il Torino vinse subito due scudetti, considerando anche quello revocato.«Gli scudetti non si vincono per caso: essi sono frutto di scelte, di progettualità e della forza e dell’armonia della squadra. Ma se hai uno stadio all’inglese puoi contare su un valore aggiunto. Quindicimila spettatori parteciparono a quella inaugurazione di un secolo fa, rimanendo subito stregati da quell’impianto nel quale potevano – cosa oggi impossibile – passare alla fine del primo tempo da un lato all’altro delle gradinate e della tribuna, per seguire meglio le azioni di attacco dei propri beniamini. Molti calciatori granata, soprattutto celebri, hanno provato a spiegare questa magia. Quando il centravanti emiliano Giuliano Giovetti approdò al Toro nel 1952, un giorno raccontò che al Fila gli capitava di segnare senza accorgersene, come se sentisse di essere risucchiato dall’incredibile desiderio dei tifosi granata di veder segnare una rete».
I ricordi
Suoi ricordi personali, professore?«Il Filadelfia originario, poi il Fila delle macerie di fine Novecento, le marce, i pellegrinaggi, la rabbia. Avendo visto a 11 anni vincere uno scudetto con il Giaguaro Castellini, il Poeta del gol Claudio Sala e i Gemelli Pulici e Graziani, confesso che mi sarei aspettato molto di più, nei decenni successivi, della Coppa Italia di Pennellone Silenzi, della sedia e dei legni di Amsterdam, ma soprattutto dei 21 anni di presidenza Cairo».
Come ha vissuto la chiusura del Fila e poi la demolizione nel 1997? Un tradimento?«Come una scelta scriteriata, dettata da tempi e da persone che fortunatamente non fanno più parte dell’ambiente granata. La rabbia rimane, ma col tempo si trasforma in altro, in una consapevolezza più concreta e matura».
Grazie alle “battaglie civili” dei tifosi e anche alle inchieste giornalistiche di Tuttosport, nei primi anni del nuovo Millennio fu scongiurata la progettata costruzione di un centro commerciale, di un supermercato e di due palazzi esattamente là dove giocava il Grande Torino. Quanto è stata importante la rinascita del Fila per il Toro e il suo popolo?«Tutte le “battaglie’” attuate si sono rivelate indispensabili. Ho sempre considerato la rinascita del Fila una metafora della storia italiana: quando tutto sembra perduto, gli italiani si destano e fanno sentire il loro attaccamento. Il senso di appartenenza granata si esprime con il Filadelfia, con l’avvincente percorso storico di questi 120 anni di Toro, con l’epopea del Grande Torino, Superga, la Farfalla Franata, lo scudetto del ‘76, la Maratona. Sono un po’ come i penati degli Antichi Romani, una sorta di spiriti protettori che ci tutelano da tutte le brutture e le sciatterie della quotidianità».
Il libro
Nel suo libro sulla storia del Toro cita le parole di Pulici all’inaugurazione del Fila nel 2017: «Qui i vecchi ci insegnavano a diventare uomini. Qui ci si confrontava con i tifosi. Per questo mi auguro che il nuovo Fila sia sempre aperto». Invece non è così, tranne eccezioni davvero rare. Nonostante le promesse.«Dopo averlo visto giocare più volte, ho incontrato di persona Paolino Pulici al Salone del Libro di Torino nel 2025, cortese e in forma: che lui, il più grande goleador del Toro, non abbia un posto in società, la dice lunga sull’attenzione che la proprietà e l’attuale società dedicano alla storia granata. Ma loro passano, i tifosi restano. E noi tifosi non solo restiamo – fino a quando ci è umanamente consentito -, ma conserviamo anche la memoria di tutti gli errori fatti, delle prese in giro, delle promesse mancate, dei giocatori venduti, delle interviste autoreferenziali, delle bandiere liquidate. I tifosi conservano lo spirito critico e la memoria, tramandando una vicenda storica granata molto più bella e accattivante dei magri tempi attuali. Il Filadelfia dovrebbe essere sempre aperto ai tifosi, così come il dialogo e il confronto dovrebbero essere il sale della nostra quotidianità».
Il nuovo Filadelfia non è stato ancora completato: cosa pensa della possibilità che il Museo del Grande Torino (attualmente a Grugliasco) venga finalmente realizzato vicino al campo di allenamento al Fila?«Spero di vedere presto questo ricongiungimento cruciale per la nostra storia e memoria. Abbiamo assistito anche a questa tragicomica vicenda odeporica, con la farsa grottesca dei continui rinvii. La pazienza dei tifosi ha un limite».
Nel suo libro ha scritto, parlando di Cairo: «Cambiano tutti gli interpreti con l’eccezione del presidente che continua a reiterare errori madornali, ad abbozzare con abituali giri pindarici di fronte alla totale assenza di risultati e a incassare dinanzi alla contestazione senza tregua. Ai tifosi non resta che essere più forti del presidente quadrilustre».«Il presidente è stato all’inizio zuccherificato, portato in trionfo per aver impedito la scomparsa del club. Il 30 settembre 2006, durante un convegno per il Centenario della nascita del Torino, a Ostra, in provincia di Ancora, qualcuno me lo passò al cellulare: fu cordiale, niente di più; la sera perdemmo in casa 4-0 con la Lazio. Ovviamente fu un caso. Però mi rimase una sensazione strana. Negli anni seguenti Cairo è entrato con piglio manageriale nello sconosciuto mondo del calcio nazionale, regolato da forti interessi e popolato anche da squali, che non gli hanno fatto sconti. Ha compiuto errori, anche grossolani, e all’inizio ci poteva anche stare. Poi, però, di fronte alle prime forti contestazioni, si è chiuso in sé stesso, propalando una vicenda completamente differente da quella che stava vivendo il Toro. Dopo 21 anni di narrazione monocorde e di risultati pari a zero, non ci si può più accontentare di galleggiare intorno al decimo posto (se va bene). C’è bisogno di una scossa, di un cambio, anzi del turn-over presidenziale. Da veri tifosi granata guardiamo avanti, senza dimenticarci del nostro passato, molto più glorioso degli ultimi 21 anni. Cairo è un imprenditore e ragiona e agisce in quanto tale. Il tifoso granata continua a vivere in attesa di un cambiamento».





