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Policano: “Ad Abate serve tempo. Il mio Toro un’eccezione”

di Red. Torino Notizie
01/10/2026
in Sport
Tempo di lettura: 5 minuti

Del Torino di Mondonico, Roberto Policano è stato un perno: la promozione in Serie A e, nel giro di due stagioni, la cavalcata europea che ha portato i granata fino alla doppia finale di Amsterdam. Policano, è un Toro che ha cominciato con alti e bassi la stagione. Cosa ne pensa? «Non è tutto da buttare, ci sono state prestazioni altalenanti, alcune buone altre no, ma c’è un allenatore nuovo, ha idee interessanti, bisogna dargli tempo per far recepire ai giocatori il suo modo di intendere il calcio. È un allenatore che vuole intensità, partecipazione da parte di tutti, su questo dovrà lavorare un po’ di più e la sosta potrà aiutare ad oliare certi meccanismi». Gli ultimi giorni di mercato hanno cambiato volto al Toro: una difficoltà in più per Abate? «Sì, vero, però la rosa è migliorata quindi l’allenatore deve essere contento perché i cambiamenti hanno portato qualcosa di più, certo con caratteristiche diverse rispetto a prima. Quando si cambia allenatore non è semplice e non riesce subito tutto, bisogna dargli fiducia e credere nel suo lavoro. Ha dimostrato di essere capace e le sue squadre hanno giocato un buon calcio». L’ha stupita la scelta del Toro di affidarsi ad Abate? «Ci sono tanti allenatori emergenti in arrivo dalla B che hanno fatto bene e che adesso allenano in serie A, credo che Abate sia tra questi. È un allenatore bravo, ha dimostrato di avere delle capacità, conosce bene l’ambiente perché è già stato a Torino. Questo sicuramente lo può aiutare: sa come la pensano i tifosi e può far capire ai giocatori cosa voglia dire indossare la maglia granata».

“Vlasic va aspettato, Simeone non si tira mai indietro”

Vlasic è il giocatore di maggiore qualità ma non ha cominciato bene: solo colpa del Mondiale? «Vlasic va aspettato. Ci sono giocatori che entrano subito in forma e altri che hanno bisogno di un periodo di tempo in più, di fare minutaggio per poi essere determinanti. Sotto l’aspetto tecnico Vlasic non si discute: l’anno scorso ha dimostrato di essere anche uno che non molla mai fino alla fine, lo vedevi rincorrere anche in fase di non possesso, partecipava alla fase di recupero palla. Vlasic è un giocatore importante, da aspettare». E Simeone? «Conoscendo il suo carattere è un giocatore che quando scende in campo non si tira mai indietro e non pensa a niente se non alla partita, non credo proprio che il mercato estivo lo abbia distratto. Lui è uno che pensa solo a fare bene e quindi sotto questo aspetto non mi preoccuperei». Chi è il nuovo acquisto che più la incuriosisce? «Bragança, mi sembra un giocatore con molto talento, con molta qualità, sono quei calciatori che possono dare una svolta alla partita da un momento all’altro. Ritengo sia interessante».

Perri e il mercato di italiani

Perri non ha cominciato bene… «Un portiere ancor più di altri ha bisogno di un po’ di ambientamento». È un mercato che ha portato più italiani: può aiutare a trovare un’identità? «Sì, aiuta. Nel caso del Toro, un italiano conosce molto di più di uno straniero quella che è la storia del club, di conseguenza avere più italiani in squadra può aiutare a trovare quello spirito e quel modo di scendere in campo che i tifosi si aspettano. Sarà un punto a favore questo. Ricominciare a portare gli italiani in rosa è stata la scelta giusta». Perché il Toro non riesce mai ad essere la sorpresa o anche solo la mina vagante del campionato? «Sopra il Toro ci sono sempre 8-9 squadre attrezzate e pronte per andare a lottare per obiettivi europei, quindi chiaramente è difficile. Ci sono squadre, faccio l’esempio di Atalanta e Lazio, che sono appena sotto alle prime 4-5, sono tra quelle che si attrezzano sempre per fare degli ottimi campionati. Per arrivare oggi a giocare le Coppe bisogna attrezzarsi e fare una grande squadra, non basta nemmeno più essere la sorpresa».

Cairo e il rapporto con i tifosi

Il suo Toro, arrivato fino alla finale di Coppa Uefa, arrivava da una promozione dalla Serie B due anni prima, eppure ha fatto tutto un altro percorso… «Sì ma noi siamo stati un’eccezione, se non succede da più di 30 anni a maggior ragione è un’eccezione. Al di là del fatto che in B c’erano giocatori che già in A avevano giocato, poi dopo la promozione sono arrivati degli innesti e la squadra ha alzato la propria qualità. Sono paragoni che non si possono fare, è un po’ come le stagioni degli scudetti vinti dal Verona o dalla Samp: sono cose che sono accadute ma che non si sono ripetute». Si sarebbe aspettato un digiuno così lungo? «Mah, nel frattempo il calcio è cambiato, sono cambiate anche le proprietà, i sogni d’Europa, essendoci squadre che hanno grandi mezzi finanziari, sono sempre più difficili da realizzare». A proposito del proprietario: tra Urbano Cairo e i tifosi la crisi non accenna a fermarsi. Che idea si è fatto? «Io chiaramente capisco il tifoso che si aspetta sempre qualcosa in più, che si aspetta magari quel colpo di mercato in grado di far sognare, però è anche vero che essere da soli al comando di una squadra in Serie A e avere meno risorse di altri non è semplice. Cairo ha dato stabilità al Toro negli ultimi anni Poi parliamo di un imprenditore: è un presidente che guarda anche i conti e il bilancio. So che c’è questo scontro, che per molti andare allo stadio significa darla vinta al presidente, però io credo che alla fine vincerà sempre la voglia di vedere il Toro in campo piuttosto che fare una contestazione contro una proprietà».

Il Toro del passato

Quando il presidente Cairo parla del Toro del passato, è capitato per esempio anche a Dogliani nel 2025, cita ovviamente gli Invincibili, cita il la squadra dell’ultimo scudetto ma mai quello di Mondonico: questo le dispiace? «Ognuno la pensa come vuole, se Cairo crede e pensa che quel Torino di inizio Anni 90 sia stato un Toro normale da non ricordare, allora immaginiamoci quello che ha fatto lui per venti anni… Mi sembra un po’ un’esagerazione non ricordare l’unica volta che il Toro è arrivato in finale di una Coppa Europea, l’ultima che ha vinto una Coppa Italia. Certo, se per lui la Coppa Italia non è niente è giusto che non lo ricordi». Si pente di qualcosa ripensando al suo periodo granata? «Non ho rimorsi o rimpianti, ma ho soltanto così un grande dispiacere, quello di non aver vinto la Coppa Italia con quel gruppo, dato che sono andato via l’estate precedente, ecco quello mi sarebbe piaciuto». Fra poco cadranno i 100 anni dall’inaugurazione del Filadelfia, dove lei si allenava: il primo ricordo legato a quel luogo? «La prima cosa a cui penso risale al primo giorno che sono arrivato a Torino, sono entrato al Fila e ho visto la ruota dell’aereo del Grande Torino. Quello ti fa pensare, capisci dove stai andando a giocare, in che squadra, pensi a cosa hanno lasciato quei giocatori lì… capisci di più quello che devi dare e quello che la gente si aspetta da te. Quella è l’immagine che mi porterò sempre dentro». Era, il suo, il gruppo di Mondonico: c’è qualcuno nel calcio di oggi che glielo ricorda? «Difficile fare paragoni, è un altro calcio. Mondonico è unico in tutti i sensi». Cosa le ha lasciato? «Io non è che fossi il suo pupillo, ci sono stati anche screzi, confronti, però c’era schiettezza e franchezza. Sapevi che poteva apprezzarti e volerti bene, ma se c’era da darti una bastonata lo faceva…». Chi era il pupillo di Mondonico? «Dino Baggio. E poi, naturalmente, Gigi Lentini».

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