D’Aversa, possiamo definire la sua una storia d’amore interrotta? “Sì, possiamo definirli così i miei 3 mesi e mezzo col Toro, dalla fine di febbraio al termine del campionato. Una storia d’amore interrotta, è vero. Per come è andata a finire, la definizione è giusta. È durata non molto, meno di 4 mesi, ma sono stati molto intensi. La società ha deciso di non proseguire, di cambiare, ma questo non cancella un periodo tanto forte e ricco di sentimenti, valori e successi, vissuto in una piazza molto importante. Io sarei rimasto molto, molto volentieri. Ci speravo. Era un mio obiettivo, dopo quello più importante: la salvezza del Toro, la valorizzazione dei giocatori”. Lei arrivò col Toro che stava sprofondando a 3 punti dalla B, dopo mesi con la peggior difesa del campionato. La sterilità offensiva, la contestazione che si era allargata anche alla squadra… “Arrivai nello scetticismo generale e i problemi erano tanti, sì. E alla fine sono andato via con una valanga di messaggi di stima, di attestati bellissimi, di ringraziamenti. Tutto questo è stato oltremodo gratificante. Ho lasciato un segno nel cammino del club e per i tifosi del Torino. Avevo sempre reputato il Toro una realtà importante, ma non immaginavo che allenare questa squadra, lavorare in questo ambiente, nel mondo granata, fosse così affascinante e speciale, per quanto anche difficile e complicato”. Nonostante la scelta discutibile di Cairo e Petrachi, lei non ha fatto polemiche. Ha voluto dimostrare anche così il suo stile? “Io ho uno stile, certo, e una società ha il diritto di compiere le scelte. Anche se non ha voluto tenermi, con il presidente è rimasto un ottimo rapporto. E l’ho ringraziato perché mi ha dato la possibilità, il privilegio di allenare una squadra così importante”.
“Accetto la decisione di Cairo”
Perché Cairo ha deciso di non confermarla? Non l’ha mai spiegato, lui. Di sicuro anche Petrachi voleva cambiare. “Ripeto, il presidente e il direttore hanno fatto scelte diverse e io devo accettarle. Faccio l’allenatore da 12 anni. In quei 3 mesi mi sono concentrato sul lavoro… che era tanto… per compiere al meglio il compito. Poi, sul finire della stagione per via di tante… situazioni, avevo già cominciato a intuire che molto probabilmente non sarei rimasto, nonostante il buon lavoro svolto. Ma sono andato avanti senza distrazioni, pensando solo al bene del Torino e della squadra. E alla soddisfazione del popolo granata”. Un ottimo lavoro, il suo. Ha conquistato l’affetto e la stima dei tifosi. E Cairo l’ha anche ripetutamente elogiata, a fine campionato. “Ho provato dispiacere ad aver dovuto lasciare il Toro: è ovvio, umano, naturale. Mi sarebbe piaciuto andare avanti, dare continuità, costruire qualcosa di importante con la maggior parte dei ragazzi. Ma restano un’esperienza positiva e tanti bei ricordi. E una realtà fatta di numeri importantissimi. Si è ridato valore economico ai giocatori, non si è solo conquistata la salvezza. Abbiamo mantenuto imbattuto il nostro stadio. Si è aggiustata la difesa, si è iniziato a segnare, si è tornati a vincere… Abbiamo anche compiuto due grandi rimonte contro Inter e Juventus. Molti calciatori sono letteralmente rinati. Alcuni sono anche andati al Mondiale: Vlasic, Pedersen, Adams. La società ha sicuramente beneficiato del lavoro fatto. La mia gratificazione anche morale è grande, credetemi. Ecco… forse l’unica cosa che posso dire… è che è mancata un po’ di chiarezza nei miei confronti. Ma mi fermo qui”.
“La salvezza non mi sarebbe bastata”
Sappiamo che tanti giocatori le hanno scritto bellissimi messaggi e l’hanno chiamata, dopo la decisione del club. “Sì. E anche questa è stata una grande soddisfazione. Il mio obiettivo era riportare il più in alto possibile il Torino, non solo salvarlo, utilizzando ogni singolo giocatore della rosa. E ci sono riuscito. Aver recuperato Zapata… aver rilanciato Vlasic… aver fatto segnare in serie Simeone… aver fatto crescere Obrador, Pedersen… che poi ha fatto gol anche ai Mondiali dopo esserci riuscito col Toro per la prima volta… insomma… sono state tutte vittorie bellissime, che restano. Ma la verità è che siamo stati tutti bravi. Lo staff che ha lavorato con me e i giocatori. Prima di tutto l’applauso va a loro, ai ragazzi. Man mano hanno reso orgogliosi quegli stessi tifosi che non li vedevano certo come dei… beniamini, quando sono arrivato”.
© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Torino





